Ricordi

Personale ricordo del Santuario del Divino Amore e dell’opera cristiana e pionieristica di Don Umberto TERENZI, strumento di Dio

Prefazione.

La domenica, quando posso, partecipo alla Santa Messa al Santuario della Madonna del Divino Amore.
Castel di Leva non è distante dalla via Laurentina dove abito ma anziana come sono, da sola, non potrei arrivarci. E’ mio figlio ad accompagnarmi.
Potrei ascoltare la Santa messa in ogni altra chiesa, in ogni altra Parrocchia ma in questo Santuario ho i ricordi della mia fanciullezza, delle mie prime preghiere insegnatemi da mia madre, della fede e della devozione che nutrivano la mia anima.
Da pochi anni era finita la prima guerra mondiale degli anni 1915-1918 anno, quest’ultimo, in cui io sono nata.
Mia madre si recava in pellegrinaggio a Castel di Leva per voto fatto alla Madonna del Divino Amore.
Chiedeva, pregava la Madonna di proteggerLe il figlio, allora di leva, dai pericoli della guerra che, malgrado fosse finita, credeva potesse riaccendersi a breve! Avevo circa quattro anni ed io ero con Lei, insieme ad un gruppo molto folto di altri pellegrini della Parrocchia di Santa Croce in Gerusalemme, a compiere il pellegrinaggio a piedi partendo da San Giovanni in Laterano.
Era fatica, la strada era tanta per una bambina ma, qualche volta, mi era concesso di salire sui carri di accompagnamento che, infiorati ed inghirlandati, tirati da cavalli, costituivano per me anche una prima gioia mistica e folcloristica insieme, di strordinaria importanza per la mia formazione e preparazione alla vita.
Ricordo che trovavo straordinario tutto questo, non capivo appieno tutta quella partecipazione di popolo ma ne intuivo le motivazioni di fede, di pietà, di ricchezza per lo spirito; quel pellegrinaggio al Divino Amore era faticoso per tutti ma tutti erano sostenuti dalla fede e dalla speranza, tanta, riposta nella Madonna così popolare tra i romani!


Ricordo dell’opera di Don Umberto Terenzi.

Con questo meraviglioso ricordo della mia infanzia nel cuore, tornai a Castel di Leva intorno agli anni 1955-60 come insegnante elementare.
All’epoca, insegnavo nelle scuole elementari di Roma. Nell’anno 1955 fui assegnata alla Direzione Didattica dell’EUR: quartiere bello, moderno, dove una scuola nuova e pienamente attrezzata di sussidi didattici attendeva insegnanti ed i bambini ivi residenti.
Carica d’entusiasmo, accarezzavo le mie più profonde aspirazioni didattiche, le ambizioni di poter attuare i metodi di insegnamento che sognavo, per i quali avevo anche frequentato con profitto i primi “corsi speciali” di formazione e di aggiornamento professionale che si tenevano dal dopoguerra.
Ma il destino aveva disposto diversamente per me e mi si preparava un’esperienza umana e professionale che avrebbe segnato in modo straordinario la mia vita, insegnandomi praticamente il significato della missione affidata ad ognuno di noi e concedendomi il privilegio di conoscere l’inizio del “miracoloso” sviluppo umano e territoriale dell’ambiente che contorna il Santuario.
La Direzione Didattica, infatti, subito mi comunicò l’esigenza di fornire insegnanti in una scuola appartenente a quel circolo e situata in zona rurale, disagiata, con molti bambini bisognosi del nostro servizio: Castel di Leva. Accettai.
Lasciai la bella scuola così attrezzata dietro di me con lo stato d’animo di chi va incontro ad un’incerta avventura ma anche forte della consapevolezza dell’utilità della missione a me affidata.
A quel tempo, partendo dall’Eur, la corriera percorreva diversi chilometri in una campagna scarsamente abitata, quasi intatta, ricca di marrane ed acquitrini prima di arrivare al capolinea: uno spiazzo sterrato nel borgo di Castel di Leva!
Qui giunta, non vedevo intorno a me edifici che mi ricordassero una scuola: ambiente rurale, strade dissestate, polvere. Qualche bottega nello spiazzo, un forno dal quale proveniva il profumo famigliare del pane e nessuno ad aspettare gli insegnanti lì giunti per iniziare l’anno scolastico.
Finalmente qualcuno arrivò e mi indicò un insieme di piccoli, semplici edifici rurali: ecco, questa è la scuola!
Altre due colleghe erano già arrivate ed insieme ci dirigemmo verso una suora che ci attendeva nei pressi, circondata da un nugolo di bambini, primi alunni da “plasmare” alla luce dei migliori criteri didattici dell’epoca!
La suora – Madre Elena PIERI, seppi in seguito che fu la prima insegnante elementare del luogo fin dal 1934, con la quale entrai subito in sintonia, apprezzandone la competenza e la speciale dedizione ai bambini - ci spiegò che la “scuola” era stata a fatica realizzata dal Parroco del santuario, Don Umberto, come pure a fatica erano stati realizzati i primi presidi sociali e le opere utili per migliorare la vivibilità di una zona malsana, spesso paludosa, come quella di Castel di Leva, dove la malaria era ancora endemica e le condizioni ambientali della collettività e delle famiglie di sensibile degrado.
A mia memoria la zona nel periodo in cui l’ho frequentata era popolata da famiglie di pastori e di contadini, popolazione di “pionieri” che, in qualche modo, si sforzava di insediarsi con dignità nella zona, assistita con amore e dedizione da Don Umberto, umile e grande servitore della Chiesa operativa che ha posto, pioniere tra i pionieri, le fondamenta di quel grande luogo di culto, di preghiera e di carità cristiana che oggi è il Divino Amore.
Don Umberto non ha avuto il bene di vedere il Santuario gremito di fedeli, ricco di opere, splendente di atti di carità come è oggi ma, sono certa, quel Parroco pioniere aveva una qualche divina, intima certezza e la realistica visione di ciò che nel tempo sarebbe divenuto il Santuario della Madonna del Divino Amore nella realtà di oggi!
Di questo Parroco tutti avvertivamo la presenza quotidiana anche quando non era fisicamente presente e ciò, comunque, dava sicurezza e speranza alla popolazione che ne parlava con grande stima, con devozione e con affetto! La Sua era una presenza fatta non tanto e non solo di singoli piccoli atti quotidiani di generosità utili per la sopravvivenza ma di continua, grande disponibilità a condividere i problemi del prossimo, di assistenza continua, di promozione di opere sociali e di culto, inserite in una visione strategica di quello che il posto avrebbe dovuto essere per la promozione umana, cristiana ed il culto da Lui così profondamente avvertito della Madonna dei romani!
Egli era presente in tutti i luoghi di sofferenza del borgo, per confortare, spronare alla speranza, alla laboriosità, per promuovere e sviluppare azioni concrete di miglioramento delle condizioni di vita individuale e collettiva, ad iniziare dai servizi igienico-sanitari e dall’istruzione per la popolazione ivi residente.
Malgrado la precaria situazione ambientale, l’ esperienza fatta è stata di grande arricchimento umano, di grande interesse professionale e densa di esperienze straordinarie, per il contatto con la meravigliosa semplicità dei bambini del luogo, elemento umano prezioso su cui esercitare la didattica con quotidiana, graduale sperimentazione, sforzandomi continuamente di trarre preziosi vantaggiosi motivi di lezione per gli alunni prendendo spunti anche da ciò che la natura e l’elemento umano ci offrivano.
Ricordo i bambini venire a scuola dopo lunghi percorsi campestri, con i pantaloni impillaccherati, le scarpe infangate per aver superato ed attraversato acquitrini e marrane.
Ricordo gli indumenti “odoranti” di fumo, di legna bruciata, bagnati di pioggia tanto da ritardare spesso l’inizio delle lezioni, impegnata com’ero a farli accostare con attenzione – per evitare pericolose ustioni - alla rovente stufa a legna dell’aula, tanto utile anche per asciugare quegli indumenti.
Ma quanta umanità, quanta semplicità, quanto Amore caratterizzava spesso gli atti compiuti in questo ambiente difficile e mistico insieme!
Sì, ringrazio Iddio per avermi concesso il privilegio di aver dato anch’io un piccolo ma, credo, utile contributo al miglioramento dell’educazione dei bambini di allora che, ricordo, costituiva una delle priorità che Don Umberto ribadiva con affetto a noi insegnanti durante le frequenti visite alle Sue “scuolette”.
I bambini di Castel di Leva erano di una semplicità meravigliosa, carichi, come tutti i bambini, di un grande, fiducioso affetto e privi del tutto delle “contaminazioni” dell’ambiente urbano, più conflittuale e condizionante l’infanzia.
Al riguardo, è illuminante riferire di un ricordo che ho ancora nel cuore: una bambina, alunna di seconda classe, che volle portare a me, la sua maestra, un suo, personale regalo: un uovo “fresco” da bere!
Naturalmente, la scuola era distante dalla sua casa e, durante il tragitto, lei teneva la sua manina nella tasca per proteggerne il contenuto con tutta la sua diligenza ed il suo affetto.
Arrivata a scuola, mi si avvicinò lentamente e solennemente tirò fuori dall’improvvisato rifugio quel prezioso regalo: scoppiò subito in un pianto disperato! Purtroppo il guscio si era rotto e lei lo stringeva ancora nella mano nel tentativo di salvarne il contenuto. Ma, ormai, la sua mano ne era intrisa!
Rassicurandola, la condussi davanti ad una fontanina e con un cucchiaio raccolsi il tuorlo d’uovo dalla sua mano:..….il sorriso sul suo visetto tornò quando lo vide apparire anche sul mio mentre sorbivo con gioia quel prezioso liquido giallastro di cui lei mi aveva fatto dono!
La sua speranza non era stata tradita dalle avversità della vita ma, al contrario, il suo desiderio era stato esaudito e la sua tenacia era stata premiata!
I metodi studiati dai più grandi pensatori della pedagogia moderna di tutto il mondo occidentale, per arricchire il pensiero e l’opera umana, portano a concludere che tutti i grandi e duraturi progetti dell’uomo si realizzano per gradi.
Ciò è vero, ma il successo reale si ottiene solo quando si agisce per il bene dell’umanità e le azioni individuali sono guidate dalla volontà di realizzare con la tenacia, anche di un solo uomo, che può venirci solamente dall’Amore che sopravvive a chi lo ha promosso e, permanendo, ne conclude l’azione.
In questa chiave, credo, debba interpretarsi la figura e l’opera di don Umberto TERENZI, sacerdote che ha vissuto pro-gettando per il prossimo, cioè a favore del prossimo, quel luminoso ambiente umano, cristiano luogo, oggi così sacro per noi tutti quale è il Santuario del Divino Amore: modello di vita cristiana a cui ispirarsi ed in cui ritrovare, tutti noi, la speranza!

Roma, 15 giugno 2002.

Bianca SALTARI ved. NUCCITELLI
Insegnante Elementare in pensione


Caro Don Umberto,

oggi si svolge il Processo Canonico per accertare le tue virtù, io che ti ho conosciuto personalmente e so quanto eri semplice e buono da lassù ti farai una risata con chi ti sta vicino in Paradiso e con quell’accento romano dirai: “ma perché perdono tempo per me, io nella vita non ho fatto niente di straordinario, ho fatto solo il prete, ho voluto tanto bene alla Madonna ed al mio prossimo”. Hai ragione se tu senz’altro, così pensi, ma concedi a noi tuoi amici di gioire oggi perché sappiamo che si sta realizzando, anche ufficialmente, quello che noi tutti sapevamo. La tua Santità. Don Umberto, quanti cari ricordi ho di te: Ti ricordi quando un giorno incontrandoti ti salutai così: “Buon giornoDonUmberto” tu nonmi hai risposto, rimasimale perché pensavo di aver fatto qualcosa che non andava, tu sapevi leggere l’operato delle persone. Dopo la messa ti chiesi il perché di questo tuo atteggiamento e tu con un sorriso pieno di tanto affetto mi hai risposto: “ti sei dimenticato come mi devi salutare”. Ti risposi subito! “Ave Maria” mi abbracciasti ed io ne fui felice. Ti ricordi quando ti raccontai perché non mi feci prete, non voglio giudicare il vecchio Diritto Canonico certo anche tu ammettesti che la carità non esisteva, vecchi tempi. Io piangevo ma pure tu, ammettilo facevi altrettanto, dopo una lunga pausa con voce roca dall’emozione mi dicesti: “Ennio, AveMaria e avanti, sai che ti dico, ma non sei contento è stato così perché il Signore non voleva caricarti di tante responsabilità perché tu intelligente come sei (sono sue parole) farai più bene da civile che da prete a me invece quando andrò lassù mi rivolteranno come un pedalino (sono sue parole). DonUmberto in vita eri amato da tutti, perché eri buono, eri semplice e generoso, perché avevi visto da piccolo la miseria, chi ti incontrava e parlava con te andava via felice. Quante cose ci siamo detti, ricordati le scarpe con le fibbie d’argento per entrare in Seminario, la macchina che fece testa coda, quando aiutavi a casa a lavare le scale. Don Umberto termino perché ho paura che mi mandi, in romanesco a quel paese, perché tu avrai tanto da fare anche lassù. Salutami Don Alberione, Madre Tecla, Don Luigi Rovigatti, lui vescovo di Civitavecchia non voleva essere chiamato Eccellenza, Padre Michele Lamacchia (rogazionista), Don Francesco Peira per me un vero padre e tanti altri che stanno lassù con te ai quali io devo tutto. Ricordati di me e di mia figlia vedova, verrò al più presto sulla tua tomba, stammi vicino, prega per noi tutti e ora non mi voglio sbagliare nel salutarti “Ave Maria” Don Umberto, sii sempre mio amico.

Roma, 18 gennaio 2008

Ennio Polo